Il trattamento fiscale delle criptovalute in Italia

Qual è il regime fiscale delle criptovalute? Prima ancora, come sono viste le criptovalute? In questo articolo si cedrà come in assenza di una speciffica normativa il Fisco italiano abbia esteso anche alle criptovalute le regole fiscali proprie di altri mezzi di pagamento.

img 143827 O 29 903 0 0 bfac81c9450b16348ca006d3a147e9c2
Tempo di lettura: 21 minuti
  • Prima di parlare di disciplina fiscale delle criptovalute è fondamentale capire cosa queste siano
  • Secondo il legislatore italiano le criptovalute sono valute virtuali o anche monete contrattuali
  • Secondo la C.G.U.E. lo scambio di criptovalute per moneta non costituisce operazione finanziaria assoggettabile ad I.V.A.
  • L’Agenzia delle entrate estende la disciplina fiscale delle valute estere anche alle criptovalute
  • Le operazioni di exchange sono rilevanti ai fini I.V.A., I.r.e.s. e I.r.a.p
  • Se lo scambio di criptovalute per moneta corrente non costituisce operazione assoggettabile a I.V.A., occorre, comunque, il pagamento di imposte per eventuali plusvalenze
  • La detenzione di criptovalute va dichiarata

Introduzione

Si parla spesso astrattamente della tecnologia Blockchain e, in particolare, delle criptovalute. Se ne analizzano gli aspetti tecnici, le funzioni e le applicazioni, ma qual è la disciplina fiscale ad esse applicabile?

Non è sufficiente limitarsi a dare definizioni, ma è necessario calare nella realtà le criptovalute e verificare se a queste sia già riconosciuta una posizione a sé stante o se debbano essere considerate alla stregua di altri strumenti finanziari o mezzi di pagamento.

Si analizzerà, pertanto, la posizione assunta dall’Agenzia delle entrate e dalle Corti nazionali e sovranazionali in merito alla circolazione delle criptovalute e alla loro detenzione.

Le criptovalute in breve

Prima di addentrarci nel discorso relativo alla fiscalità delle criptovalute, è necessario soffermarsi su alcune caratteristiche fondamentali di tale strumento finanziario.

Come è noto, le criptovalute non sono emesse da una Banca Centrale, ma sono frutto dell’attività di mining dei c.d. miners. Le criptovalute vengono da essi minate e ad essi corrisposte nell’ambito del protocollo di creazione di nuovi blocchi di transazioni di una Blockchain, anche conosciuto come proof-of-work protocol.

Le criptovalute sono, inoltre, memorizzate nei c.d. wallet, portafogli elettronici che permettono al detentore di conservarle o spenderle; queste, infatti, sono «…liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento» (Risoluzione n. 72/E del 2.9.2016 dell’Agenzia delle Entrate), senza che vi sia la necessità di intermediari.

Ulteriore caratteristica delle criptovalute è quella relativa al fatto che la loro circolazione è demandata alla volontà degli utilizzatori, così come alla loro reciproca accettazione delle criptovalute come mezzi di pagamento.

Come detto, non c’è un’istituzione finanziaria centrale che emette la moneta e ne regola il prezzo.

Questo è spesso dipendente dai meccanismi di “domanda/offerta” del mercato, oltre che dall’umore degli investitori in un dato momento storico.

Si tratta, pertanto, di strumenti dal volto cangiante: da monete virtuali a mezzi di scambio a strumenti di speculazione.

Per concludere, ai fini dell’analisi che segue, è necessario tenere in considerazione le caratteristiche che accomunano tutte le criptovalute:

1) la loro natura è esclusivamente digitale;

2) circolano quasi tutte per mezzo della tecnologia d.l.t.;

3) non sono emesse da un’Autorità centrale che ne detti anche le regole;

4) la loro emissione dipende dall’attività degli utenti miners.

Qualificazione delle criptovalute

La regolamentazione fiscale delle criptovalute presuppone una loro qualificazione dal punto di vista giuridico.

Anche sotto quest’ultimo aspetto, le normative italiana e comunitaria sono poco precise nel loro inquadramento.

Secondo il legislatore italiano

La prima definizione di criptovalute nel panorama normativo italiano è quella che ci viene fornita dal d.lgs. del 25 maggio 2017, n. 90, in attuazione della direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo e recante modifica delle direttive 2005/60/CE e 2006/70/CE e attuazione del regolamento (UE) n. 2015/847 riguardante i dati informativi che accompagnano i trasferimenti di fondi e che abroga il regolamento (CE) n. 1781/2006. (17G00104).

È interessante notare come anche negli Stati Uniti si sia partiti dalle normative antiriciclaggio per giungere ad una definizione o parvenza di disciplina fiscale delle criptovalute.

L’art. 1, co. 2, lett. qq), definisce la valuta virtuale come «la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

Alla lett. ff), invece, viene fornita la definizione di prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, identificando come tali «ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale».

Si è, dunque, identificata sia la criptovaluta in sé sia l’attività della persona fisica o giuridica che ne permette lo scambio.

Non si tratta di un mezzo di pagamento canonico, ma di una moneta “contrattuale”, “privata” o “consensuale”, non emessa da un’Autorità centrale e utilizzabile solo da coloro che convengono di accettarla come mezzo di scambio.

La legittimità della criptovaluta, pur non essendo questa moneta avente corso legale nello Stato, proviene dall’art. 1278 del cod. civ., che prevede che «se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento», e, ancora, dal successivo art. 1279 del cod. civ. che recita che «la disposizione dell’articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con la clausola “effettivo” o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta».

La clausola “effettivo” fa riferimento alla possibilità che le parti stabiliscano che l’obbligazione in valuta estera debba essere pagata esclusivamente nella moneta indicata.

Vista la collimazione delle definizioni sopra viste con la normativa italiana in materia di adempimento di obbligazioni pecuniarie, può dirsi che le criptovalute possono essere assimilate alle valute estere, almeno nei rapporti contrattuali.

Secondo la Banca d’Italia

Sulla stessa linea di pensiero si pone, d’altra parte, anche la Banca d’Italia che in una Comunicazione del 30.9.2015, intitolata Avvertenza sull’utilizzo delle cosiddette “valute virtuali”, ripercorre le definizioni date fino ad ora affermando che «le c.d. valute virtuali sono rappresentazioni digitali di valore, utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento, che possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente. Alcuni esempi sono Bitcoin, LiteCoin, Ripple. Create da soggetti privati che operano sul web, le valute virtuali non devono essere confuse con i tradizionali strumenti di pagamento elettronici (carte di debito, carte di credito, bonifici bancari, carte prepagate e altri strumenti di moneta elettronica, ecc.). Le valute virtuali differiscono dalle piattaforme elettroniche finalizzate esclusivamente a favorire transazioni assimilabili a forme di baratto. Esse non rappresentano in forma digitale le comuni valute a corso legale (euro, dollaro, ecc.); non sono emesse o garantite da una banca centrale o da un’autorità pubblica e generalmente non sono regolamentate». Si aggiunge, poi, un tassello fondamentale e cioè che «le valute virtuali non hanno corso legale e pertanto non devono per legge essere obbligatoriamente accettate per l’estinzione delle obbligazioni pecuniarie, ma possono essere utilizzate per acquistare beni o servizi solo se il venditore è disponibile ad accettarle».

Secondo la Banca Centrale Europea

Dal canto suo, la Banca Centrale Europea ha pubblicato sul proprio sito web una pagina in cui chiarisce cosa siano i Bitcoin. Si ritiene, però, che le stesse considerazioni siano estensibili a tutte le criptovalute.

In particolare, la Banca Centrale le descrive come «rappresentazioni digitali di valore, che possono essere scambiate elettronicamente. Non esistono in forma fisica. Anziché una singola autorità o istituzione, è una rete di computer che provvede a creare Bitcoin e a tenerne traccia utilizzando formule matematiche complesse».

Aggiunge, poi, al contrario di quanto visto a livello nazionale, che i Bitcoin e, aggiungiamo noi, le criptovalute in generale, non sono e non possono essere valute, ma «sono un’attività speculativa. In altre parole, sono una scommessa di profitto, ma con il rischio di perdere il tuo investimento».

La qualificazione delle criptovalute è una tappa fondamentale nella costruzione di un reticolato normativo fiscale sufficientemente organico.

In assenza di una disciplina dedicata, solo comprendendo a quale realtà già esistente le criptovalute possano essere assimilate, si può procedere a identificare delle precise regole ad esse applicabili.

Il trattamento fiscale delle criptovalute

La posizione della Corte di giustizia dell’Unione europea

Prima di procedere con l’analisi del trattamento fiscale delle criptovalute e dei relativi depositi in Italia, occorre dedicare brevemente attenzione alla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 22 ottobre 2015, causa C-264/14, Skatteverket c/ David Hedqvist).

La sentenza risolve la controversia tra lo Skatteverket (amministrazione finanziaria svedese) e il sig. Hedqvist, ed è relativa al parere preliminare dato dalla commissione tributaria (Skatterättsnämnden) quanto all’assoggettamento all’imposta sul valore aggiunto delle operazioni di cambio della valuta virtuale «Bitcoin» in una valuta tradizionale o viceversa. La domanda pregiudiziale alla Corte è, pertanto, relativa all’applicabilità o meno della direttiva 2006/112/CE del Consiglio (in particolare, degli artt. 2 e 135), del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto, anche alle operazioni svolte tramite l’utilizzo di criptovalute.

Il procedimento ha avuto ad oggetto l’uso di Bitcoin, ma, come già visto sopra, si può estendere il discorso alle criptovalute in generale.

La premessa della Corte di Giustizia è relativa alla qualificazione della criptovaluta, che, come valuta virtuale, «essendo un mezzo di pagamento contrattuale, non può essere considerata, da una parte, né come un conto corrente né come un deposito di fondi, un pagamento o un versamento» e, ancora, aggiunge che «essa costituisce un mezzo di pagamento diretto tra gli operatori che l’accettano».

Attraverso questa definizione la Corte esclude già in partenza la possibilità di applicare alle criptovalute le esenzioni dal pagamento dell’IVA di cui all’art. 135, paragrafo 1, lettera d), della direttiva IVA, che prevede che gli Stati membri esentano le operazioni relative, segnatamente, a «depositi di fondi, (…) conti correnti, (…) pagamenti, (…) giroconti, (…) crediti, (…) assegni e (…) altri effetti commerciali».

Per quanto riguarda, in secondo luogo, le esenzioni previste dall’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva IVA, questa disposizione prevede che gli Stati membri esentino le operazioni relative, segnatamente, a «divise, banconote e monete con valore liberatorio».

Sottolineando l’espressione “monete con valore liberatorio” ci si comincia ad avvicinare alla soluzione.

Quando si parla di monete con valore liberatorio, specifica la Corte, non si sa bene se si possa fare riferimento solo alle valute tradizionali di uno Stato o se si possano considerare come tali anche quelle non tradizionali.

La difficoltà interpretativa deriva dai diversi modi di tradurre l’espressione nelle diverse lingue dell’Unione.

La Corte, tuttavia, sottolinea che «le operazioni relative a valute non tradizionali, vale a dire diverse dalle monete con valore liberatorio in uno o più paesi, costituiscono operazioni finanziarie in quanto tali valute siano state accettate dalle parti di una transazione quale mezzo di pagamento alternativo ai mezzi di pagamento legali e non abbiano altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento» e aggiunge che «nel procedimento principale, è pacifico che la valuta virtuale «bitcoin» non abbia altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento e che essa sia accettata a tal fine da alcuni operatori».

Si conclude, pertanto, con l’estensione dell’esenzione prevista dall’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva IVA anche alle prestazioni di servizi come quelle oggetto del procedimento principale, «che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale «bitcoin» e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra, da una parte, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e, dall’altra, il prezzo al quale le vende ai suoi clienti».

In conclusione, lo scambio di criptovalute per moneta tradizionale e viceversa costituisce un’operazione esente da IVA.

Al contrario, l’Avvocato generale presso la Corte di Giustizia dell’Unione europea specifica nelle proprie conclusioni al procedimento sopra visto che «l’esenzione non è applicabile laddove siano trasferiti ovvero forniti mezzi di pagamento soltanto da parte di uno dei partecipanti alla transazione, mentre l’altra parte trasferisca beni o servizi. In un caso del genere, il trasferimento di mezzi di pagamento rappresenta, infatti, la controprestazione di una cessione di beni o di una prestazione di servizi. Se si applicasse l’esenzione ad un siffatto trasferimento unilaterale di mezzi di pagamento, tutte le operazioni – ad eccezione delle permute – sarebbero esentate dall’IVA».

La posizione dell’Agenzia delle entrate italiana

All’identificazione del quadro normativo fiscale applicabile alle criptovalute, soccorrono alcune risoluzioni dell’Agenzia delle entrate.

La prima e più rilevante da tenere in considerazione è la risoluzione n. 72/E del 2016 con la quale l’Erario è stato chiamato a rispondere al quesito ad esso posto da una società la cui attività consisteva nella vendita e/o scambio di Bitcoin.

In particolare, all’Agenzia delle entrate si chiedeva quale fosse il corretto trattamento applicabile alle predette operazioni di acquisto e di cessione di moneta virtuale, ai fini dell’Iva e delle imposte dirette (Ires e Irap) e se, in relazione alla predetta attività, la società richiedente fosse soggetta agli adempimenti in qualità di sostituto d’imposta.

Anche qui l’Agenzia delle entrate ha ritenuto necessario premettere la definizione di criptovaluta (ad onor del vero viene fornita la definizione di Bitcoin) alla risposta all’interpello.

Questo viene descritto come «una tipologia di moneta “virtuale”, o meglio “criptovaluta”, utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria. La circolazione dei bitcoin, quale mezzo di pagamento si fonda sull’accettazione volontaria da parte degli operatori del mercato che, sulla base della fiducia, la ricevono come corrispettivo nello scambio di beni e servizi, riconoscendone, quindi, il valore di scambio indipendentemente da un obbligo di legge».

La descrizione della criptovaluta non si discosta molto da quelle viste nei paragrafi precedenti.

Successivamente, l’Agenzia delle entrate affronta più specificamente il tema del trattamento fiscale delle criptovalute soffermandosi prima sull’imposta sul valore aggiunto (I.V.A.) e, poi, sulle imposte sui redditi.

Imposta sul valore aggiunto

L’Agenzia delle entrate ritiene imprescindibile ai fini dell’analisi della fiscalità delle criptovalute la pronuncia della Corte di Giustizia sopra analizzata (causa C-264/14, Skatteverket c/ David Hedqvist del 22 ottobre 2015).

Come visto sopra, la Corte di Giustizia ha concluso che le operazioni che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità di valuta virtuale e viceversa, «effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra il prezzo di acquisto delle valute e quello di vendita praticato dall’operatore ai propri clienti», costituiscono prestazioni di servizio a titolo oneroso. In quanto tali, afferma la Corte, possono farsi rientrare tra le operazioni «relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio» di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2006/112/CE.

L’Agenzia delle entrate, facendo propri i principi espressi dalla Corte di Giustizia, ha affermato che l’attività di vendita o scambio di criptovalute, remunerata attraverso commissioni pari alla differenza tra l’importo corrisposto dal cliente che intende acquistare/vendere e la migliore quotazione reperita sul mercato, «debba essere considerata ai fini Iva quale prestazione di servizi esenti ai sensi dell’articolo 10, primo comma, n. 3), del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633». Quest’ultimo recita che sono esenti dall’imposta sul valore aggiunto «le operazioni relative a valute estere aventi corso legale e a crediti in valute estere, eccettuati i biglietti e le monete da collezione e comprese le operazioni di copertura dei rischi di cambio».

In sostanza, l’Agenzia delle entrate, facendo un passo in avanti rispetto alla Corte di Giustizia, ha equiparato le criptovalute alle valute estere, applicando alle prime la stessa disciplina prevista per le seconde.

Imposte sui redditi: I.r.e.s. ed I.r.a.p.

L’Agenzia delle entrate non omette di soffermarsi anche sull’imposizione diretta dei proventi derivanti dal commercio delle criptovalute.

Tenendosi coerente con l’inquadramento giurisprudenziale europeo, l’Agenzia estende i principi espressi dalla Corte di Giustizia anche alla tassazione diretta. Si ritiene, in particolare, che la società che intenda intraprendere un’attività di intermediazione nello scambio di criptovalute debba assoggettare i relativi proventi ad imposizione, al netto dei costi relativi a detta attività.

Più precisamente, riportando le parole dell’Agenzia delle entrate,:

1) «in caso di ordine di acquistare, il cliente anticipa le risorse finanziarie alla Società che, effettuato l’acquisto di bitcoin, provvede a registrare nel wallet (“borsellino”) del cliente i codici relativi ai bitcoin acquistati»;

2) «in caso di ordine di vendere, la Società preleva dal cliente i bitcoin e gli accredita, successivamente al completamento effettivo della vendita, la somma convenuta».

Cosa, dunque, è soggetto alle regole dell’imposizione diretta?

Il guadagno (o la perdita) dell’exchanger o intermediario rappresentato dalla differenza tra quanto anticipato dal cliente e quanto speso dall’ intermediario stesso per l’acquisto o tra quanto incassato da quest’ultimo per la vendita e quanto riversato al cliente. Specifica, pertanto, l’A genzia che«tale elemento di reddito è ascrivibile ai ricavi (o ai costi) caratteristici di esercizio dell’attività di intermediazione esercitata e, pertanto, contribuiscono quali elementi positivi (o negativi) alla formazione della materia imponibile soggetta ad ordinaria tassazione ai fini Ires (ed Irap)».

Imposte sui depositi: la questione dei € 51.645,69

L’Agenzia delle entrate è tornata ad occuparsi di criptovalute anche con la risposta all’interpello n. 956-39/2018, con il quale le era stato rivolto l’interrogativo se un contribuente non in regime di impresa fosse tenuto a corrispondere all’erario imposte derivanti dalla plusvalenza generata dalla vendita di criptovalute.

Più precisamente, il contribuente in questione aveva acquistato Bitcoin per un prezzo medio di € 5,00 e, successivamente, era riuscito ad acquistare 3 kg di oro, con il valore acquistato nel tempo dalle criptovalute.

I Bitcoin erano depositati in un wallet e l’oro era stato acquistato da una società che lo teneva in deposito in Svizzera.

L’interpello era volto a chiarire la rilevanza fiscale della plusvalenza realizzata mediante l’acquisto dell’oro per mezzo di criptovalute.

L’Agenzia delle entrate, prima di procedere a dare risposta all’interrogativo, fornisce le definizioni necessarie a dare soluzione al quesito.

L’Erario afferma, poi, che, «ai fini delle imposte sul reddito delle persone fisiche che detengono bitcoin (o altre valute virtuali) al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni di conversione di valuta virtuale si applicano i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali».

Conseguentemente, le “cessioni a pronti” di valuta virtuale (cioè lo scambio immediato di una valuta con una valuta differente) non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa.

Continua l’Agenzia che, tuttavia, le dette cessioni generano un reddito diverso, laddove la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), e del comma 1-ter del medesimo articolo.

Specifica, infine, che tali «redditi diversi di natura finanziaria…devono essere indicati nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche e sono soggetti ad imposta sostitutiva con aliquota del 26 per cento».

Determinazione del valore della giacenza media in valuta virtuale.

Ai fini dell’applicazione dell’imposta sostitutiva si riporta il criterio di determinazione del valore della giacenza media nel wallet in valuta virtuale.

L’Agenzia delle entrate specifica che «il valore in euro della giacenza media in valuta virtuale va calcolato secondo il cambio di riferimento all’inizio del periodo di imposta, e cioè al 1° gennaio dell’anno in cui si verifica il presupposto di tassazione (cfr. circolare 24 giugno 1998, n. 165).

Resta inteso che, qualora non risulti integrata la condizione precedentemente individuata, non si rendono deducibili neppure le minusvalenze eventualmente realizzate.

Tenuto conto che manca un prezzo ufficiale giornaliero cui fare riferimento per il rapporto di cambio tra la valuta virtuale e l’euro all’inizio del periodo di imposta, il contribuente può utilizzare il rapporto di cambio al 1° gennaio rilevato sul sito dove ha acquistato la valuta virtuale o, in mancanza, quello rilevato sul sito dove effettua la maggior parte delle operazioni.

Detta giacenza media va verificata rispetto all’insieme dei wallet detenuti dal contribuente indipendentemente dalla tipologia dei wallet (paper, hardware, desktop, mobile, web).

Ai fini della eventuale tassazione del reddito diverso occorre, dunque, verificare se la conversione di bitcoin con altra valuta virtuale (oppure da valute virtuali in euro) avviene per effetto di una cessione a termine oppure se la giacenza media del wallet abbia superato il controvalore in euro di 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Si fa presente, inoltre, che ai fini della determinazione di un’eventuale plusvalenza derivante dal prelievo dal wallet, che abbia superato la predetta giacenza media, si deve utilizzare il costo di acquisto e che agli effetti della determinazione delle plusvalenze/minusvalenze si considerano cedute per prime le valute acquisite in data più recente (cfr. articolo 67, comma 1-bis, del TUIR).

Inoltre, in caso di bitcoin ricevuti “a titolo gratuito”, il costo iniziale da considerare è quello sostenuto dal donante, ai sensi del comma 6 dell’articolo 68 del TUIR. Per quanto riguarda, i redditi derivanti dalle operazioni realizzate sul mercato FOREX e da Contract for Difference (CFD) aventi ad oggetto valute virtuali, si ritiene che gli stessi costituiscano redditi diversi ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR.

Tali redditi, se percepiti da parte di un soggetto persona fisica al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, sono soggetti ad imposta sostitutiva a norma dell’articolo 5 del decreto legislativo 21 novembre 1997, n. 461 (cfr. risoluzione n. 102/E del 25 ottobre 2011)».

Per completezza occorre, infine, analizzare l’ultima parte della risposta all’interpello.

In particolare, l’Agenzia delle entrate estende l’applicazione dell’art. 4 del decreto-legge n. 167 del 1990 anche alle criptovalute. Questo prevede, in particolare, l’obbligo di compilazione del quadro RW del Modello Redditi – Persone Fisiche, da parte delle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato che, nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero e attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, tra le quali valute estere.

Continua l’Agenzia che «poiché alle valute virtuali si rendono applicabili i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali nonché le disposizioni in materia di antiriciclaggio, si ritiene che anche le valute virtuali devono essere oggetto di comunicazione attraverso il citato quadro RW, indicando alla colonna 3 (“codice individuazione bene”) il codice 14 – “Altre attività estere di natura finanziaria”».

Viene in tal modo specificato cosa si debba fare nel caso si detengano criptovalute e si sottolinea nuovamente l’assimilazione delle criptovalute alle monete estere, così come già visto sopra.

In conclusione

Come visto, non esiste una disciplina fiscale organica e tantomeno chiara.

Sia a livello nazionale che sovranazionale l’individuazione di una regolamentazione applicabile alle criptovalute è, per ora, demandata alla interpretazione della giurisprudenza e alle singole istituzioni fiscali che si trovano a dover affrontare “in solitudine” problematiche innovative.

Le criptovalute sono, infatti, nel panorama finanziario, elementi che possono essere definiti in diversi modi a seconda dell’utilizzo che se ne fa.

L’Agenzia delle entrate equipara le criptovalute alla moneta estera, pur non essendo una vera a propria moneta. Allo stesso tempo possono essere anche considerati prodotti finanziari (ad es. vi sono token emessi dalle società per finanziare la propria attività). Sono mezzi di pagamento alternativi e, in quanto tali, soggetti alla disciplina delle monete non aventi corso legale nello Stato.

Già in altre occasioni si è sottolineato come in materia di criptovalute sia dominante l’assenza di normative specifiche.

Se è vero che le criptovalute hanno un aspetto non univoco, è pur vero che il vuoto normativo le rende ancor più misteriose. È necessario che il legislatore intervenga non tanto per prevedere una normativa apposita che le disciplini, ma che almeno stabilisca definitivamente l’equiparazione delle criptovalute a mezzi di pagamento o strumenti finanziari già esistenti.

In buona sostanza, la partita è ancora aperta e tutta da definire.

Per approfondire

Scritto da
Contributore
Avv. Luca Amorelli, laureato in giurisprudenza presso l’Università L.U.I.S.S. “Guido Carli” di Roma nel 2015. La sua formazione e competenza professionale è rivolta alle tematiche concernenti le obbligazioni, i contratti, i beni pubblici e privati, il funzionamento dei servizi pubblici e, più in generale, le posizioni soggettive dei cittadini utenti. Con un'attenzione sempre crescente per il mondo della Blockchain e degli Smart contracts, nel 2020 ha completato presso l'Università L.U.I.S.S. il Master di II livello in diritto della concorrenza e dell'innovazione. Nel settore delle nuove tecnologie l'Avv. Amorelli è specializzato nel diritto applicato o applicabile alla Blockchain e agli Smart contracts. Si occupa, inoltre, dei profili giuridici, fiscali ed economici legati all'uso e alla conservazione di criptovalute.
Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Condividi l'articolo

Articoli correlati
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x