Profili critici della disciplina fiscale delle criptovalute.

Le criptovalute, elusione fiscale e riciclaggio di denaro. E' vero che tutto ciò che è "criptovaluta" è sinonimo di attività illecita? Vedremo che non è proprio così.

Tassazione Criptovalute Regno Unito
Tempo di lettura: 22 minuti
  • La “franchigia” di € 51.645,69 sui depositi in wallet al fine del pagamento delle imposte potrebbe favorire l’elusione fiscale;
  • L’Amministrazione finanziaria non è in grado di controllare la detenzione di criptovalute;
  • Il riciclaggio di provventi illeciti tramite criptovalute è difficile, ma non impossibile;
  • Le criptovalute non sono di per sè “lavatrici” di denaro;
  • A livello europeo assume sempre più importanza il programma EU-OF2CEN di creazione italiana.
  1. Introduzione

Come si è già avuto modo di osservare nella guida fiscale pubblicata recentemente, le criptovalute sono disciplinate da norme previste per altre forme di investimento o strumenti finanziari, applicate analogicamente.

Nonostante l’assimilazione, l’assenza di una disciplina organica e specificamente meditata per le criptovalute fa sì che molti aspetti rimangano privi di copertura normativa e diano spazio a possibili criticità.

Ci si chiede in questa trattazione, se le norme così adattate alle criptovalute non creino le condizioni favorevoli per il verificarsi dei fenomeni di elusione, evasione fiscale e riciclaggio e se siano effettivamente applicabili ad esse.

Si vedranno, pertanto, i profili critici e dannosi per l’Erario italiano, anche alla luce dei mezzi che quest’ultimo ha a disposizione per garantire controlli efficaci.


Disclaimer.

Attenzione! Si ricorda al lettore che le circolari e le normative citate sul tema possono subire variazioni. Il consiglio è sempre quello di affidarsi al proprio commercialista o esperto del settore. La presente trattazione, inoltre, ha scopo esclusivamente informativo e non può essere considerata esaustiva, né fornire parere legale o altro tipo di consulenza professionale. Trattando di temi quali evasione fiscale, elusione e riciclaggio questa non costituisce, inoltre, né una guida né un’incitazione a porre in essere tali condotte. Si declina, pertanto, ogni responsabilità del sito Web theledger.it e dell’autore stesso per qualsiasi danno, diretto, indiretto, incidentale e consequenziale legato all’uso, proprio o improprio delle informazioni contenute in questa guida, ivi inclusi senza alcuna limitazione, la perdita di profitto o eventuali sanzioni amministrative. 


  1. La “franchigia” di € 51.645,69 sui depositi in wallet al fine del pagamento delle imposte potrebbe favorire l’elusione fiscale?

pexels pixabay 164686 scaled

 

Come sempre partiamo dalle definizioni.

Dal “Dizionario di economia e finanza” l’elusione viene definita come la «capacità di sottrarsi, in modo lecito ma spregiudicato, al pagamento di imposte, tasse e contributi. In particolare, per elusione fiscale si intende l’uso sleale di istituti giuridici, designati per finalità diverse, allo scopo di ridurre il proprio carico fiscale con mezzi che non sono perseguibili penalmente o civilmente: perciò è anche chiamata evasione legale. Con l’elusione fiscale il contribuente si sottrae all’obbligo del pagamento dell’imposta in modo legittimo, muta le sue scelte economiche, anche in maniera puramente formale, per ridurre l’onere tributario».

Si tratta, pertanto, di un uso legittimo, ma sleale, degli istituti giuridici che regolano il carico fiscale dei contribuenti.

Come visto nella guida alla fiscalità delle criptovalute, l’Agenzia delle entrate con la risposta all’interpello n. 956-39/2018 ha affermato che laddove la criptovaluta venga scambiata con l’equivalente in moneta corrente e derivi da prelievi da portafogli elettronici (wallet), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta, ai sensi dell’articolo 67, comma 1, lettera c-ter), del testo unico delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (TUIR), e del comma 1-ter del medesimo articolo, queste determineranno un c.d. reddito diverso.

Specifica, infine, che tali «redditi diversi di natura finanziaria…devono essere indicati nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche e sono soggetti ad imposta sostitutiva con aliquota del 26 per cento».

Alla luce delle indicazioni dell’Agenzia delle entrate, il detentore di criptovalute potrebbe “approfittare” del regime fiscale applicabile così delineato?

Alla domanda si deve rispondere affermativamente.

Si ponga il caso in cui si possegga un wallet in cui il contribuente detiene le proprie criptovalute.

Con il passare del tempo il loro controvalore in euro cresce e inizia ad avvicinarsi alla soglia degli € 51.645,69.

Il detentore non vuole ancora riscuoterle, ma allo stesso tempo, pensando al futuro, non vuole nemmeno che il grosso guadagno che vede concretizzarsi gli possa essere “sottratto” dall’imposizione con aliquota al 26%.

Come visto nella guida alla dichiarazione delle criptovalute, l’Erario afferma che, «ai fini delle imposte sul reddito delle persone fisiche che detengono bitcoin (o altre valute virtuali) al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni di conversione di valuta virtuale si applicano i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali» e che, in particolare, le “cessioni a pronti” di valuta virtuale (cioè lo scambio immediato di una valuta con una valuta differente) non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa, ma solo laddove le criptovalute non derivino da prelievi da wallet per i quali la giacenza media superi un controvalore di € 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Al di sotto della soglia indicata, pertanto, è dovuta la sola autodichiarazione della detenzione di criptovalute nel quadro RW, ma non il pagamento di imposte se queste vengono riscosse.

Le condizioni per l’elusione sono evidenti.

Il contribuente, come detto, approfittando della fascia di non imponibilità delle cessioni a pronti di valute virtuali, potrebbe prelevare periodicamente quel tanto che basta a tenere il valore del wallet al di sotto di € 51.645,69.

Questo tipo di condotta non è vietata da alcuna norma, né l’Agenzia delle entrate si è mai espressa a riguardo.

L’elusione è, infatti, considerata una forma di evasione legale, che, però, come vedremo, non rimane senza conseguenze.

  1. L’Amministrazione finanziaria ha la possibilità di accertare la detenzione di asset su wallet, laddove il contribuente omettesse di autodichiararle nel quadro RW?

Ad oggi, con buona probabilità, l’Amministrazione finanziaria italiana non è in possesso di mezzi sufficienti ed efficaci che le permettano di accertare se un contribuente possegga o meno criptovalute.

Il mezzo attraverso cui lo Stato controlla i propri contribuenti è quello dell’Anagrafe tributaria.

In breve, consiste in una banca dati a disposizione dell’Amministrazione finanziaria che raccoglie dati, notizie, movimenti di denaro utili a controllare la capacità contributiva dei contribuenti.

In particolare, l’art. 7 del d.P.R. del 29.9.1973, n. 605, prevede che: «le banche, la società Poste italiane Spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio, nonché ogni altro operatore finanziario», quindi soggetti ben identificati, «sono tenuti a rilevare e a tenere in evidenza i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con loro qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l’esistenza dei rapporti e l’esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi sono comunicate all’anagrafe tributaria, ed archiviate in apposita sezione».

Si tratta di un controllo sì capillare, ma affidato ai soggetti sopra detti che operano sul territorio dello Stato italiano. Dovendosi, l’Agenzia delle entrate, affidare all’autodichiarazione del contribuente per conoscere delle criptovalute da questo detenute, è evidente che questo è un tipo di controllo che l’Amministrazione finanziaria non è capace di fare. Questo è tanto più vero se si considera che le criptovalute sono spesso detenute su wallet fisici o su wallet digitali esteri o su piattaforme di exchange, gestite da società estere, non tenute, pertanto, ad alcuna comunicazione.

Anche qui si creano le condizioni per il verificarsi di fenomeni di elusione o evasione fiscale o, addirittura, di riciclaggio.

Si ponga il caso in cui il contribuente possieda un wallet digitale del quale l’Amministrazione finanziaria italiana difficilmente può sapere. Il contribuente è un libero professionista che accetta il pagamento in criptovalute. Questo si accorda con il cliente per il versamento di una data quantità di bitcoin sul proprio portafoglio virtuale a prestazione effettuata. Non viene emessa fattura. Il Fisco italiano è all’oscuro di tutto.

Si verifica evasione fiscale senza che il Fisco abbia la reale capacità di scoprirla. D’altra parte, il Codice civile permette di utilizzare mezzi di pagamento alternativi rispetto alla moneta avente corso legale, purché le parti siano d’accordo.

Come già visto in un precedente articolo, le criptovalute non sono un mezzo di pagamento canonico, ma una moneta “contrattuale”, “privata” o “consensuale”, non emessa da un’Autorità centrale e utilizzabile solo da coloro che convengono di accettarla come mezzo di scambio.

La legittimità della criptovaluta, pur non essendo questa moneta avente corso legale nello Stato, proviene dall’art. 1278 del cod. civ., che prevede che «se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento», e, ancora, dal successivo art. 1279 del cod. civ. che recita che «la disposizione dell’articolo precedente non si applica, se la moneta non avente corso legale nello Stato è indicata con la clausola “effettivo” o altra equivalente, salvo che alla scadenza dell’obbligazione non sia possibile procurarsi tale moneta».

L’ordinamento giuridico italiano, dunque, consente l’uso delle criptovalute come mezzo di scambio.

Lo scambio avviene attraverso l’uso di wallet dei quali l’Amministrazione finanziaria difficilmente riesce a tenere traccia.

I fenomeni di evasione fiscale e di elusione si intrecciano e si confondono. Apparentemente alcun comportamento illecito viene posto in essere se un pagamento viene effettuato tramite wallet, stante anche il fatto che le norme potenzialmente applicabili ai redditi derivanti da questo tipo di operazioni non contemplano le criptovalute. A queste si fa riferimento solo nelle risposte agli interpelli dell’Agenzia delle entrate che non hanno forza di legge e non sono universalmente vincolanti.

Ai sensi dell’art. 11, co. 3, della l. 27.7.2000, n. 212, che disciplina l’istituto dell’interpello, infatti, «la risposta, scritta e motivata, vincola ogni organo della amministrazione con esclusivo riferimento alla questione oggetto dell’istanza e limitatamente al richiedente».

Il pagamento wallet to wallet, pertanto, è veramente evasivo o “meramente” elusivo.

  1. È possibile che in Italia le criptovalute vengano usate per il riciclaggio di denaro?

pexels pixabay 164529 1 scaled

Partiamo, come sempre facciamo, dalle definizioni.

Cos’è il riciclaggio di denaro?

Questo consiste nell’immettere nell’economia legale capitali derivanti dall’esercizio di attività illecite, celandone l’origine delittuosa. L’immissione avviene con il passaggio di questi capitali attraverso attività di per sé lecite, c.d. lavatrici. Attraverso una reta collaborativa di professionisti contigui si riescono a realizzare complessi metodi di riciclaggio che rendono possibile la libera e agevole circolazione di denaro di provenienza illecita, velato da una parvenza di legittimità, sovvertendo i meccanismi che sono alla base della libera concorrenza.

Quello delle criptovalute è uno dei canali attraverso cui è possibile il riciclaggio del denaro, anche se, occorre ammetterlo, con una certa difficoltà.

In Italia l’unica disciplina che, ad oggi, si riferisce espressamente alle criptovalute è proprio quella antiriciclaggio.

In particolare, il d.lgs. 25 maggio 2017, n. 90, di attuazione della direttiva (UE) 2015/849, relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, definisce, all’art. 1, co. 2, lett. ff), prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale «ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale» e, alla lett. qq), valuta virtuale «la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente».

Prima ancora di determinare quali siano i passaggi che potrebbero incentivare il riciclaggio di denaro tramite criptovalute, è utile premettere che l’attività dei “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale” e, dunque, le attività relative alle valute virtuali non sono del tutto prive di controlli. Consideriamo l’art. 17-bis del d.lgs. 13 agosto 2010, n. 141, recante modifiche al Titolo VI del Testo Unico Bancario, relativo alla disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario. Questo fa riferimento all’attività di cambiavalute e, cioè, a chi per professione esercita l’attività di compravendita di monete di paesi esteri o fa commercio di titoli e valori mobiliari. L’art. 17-bis prevede che questa attività possa essere esercitata solo da «soggetti iscritti in un apposito registro tenuto dall’Organismo previsto dall’articolo 128-undecies del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385», il quale a sua volta prevede che «l’Organismo verifica il rispetto da parte degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi della disciplina cui essi sono sottoposti; per lo svolgimento dei propri compiti, l’Organismo può effettuare ispezioni e può chiedere la comunicazione di dati e notizie e la trasmissione di atti e documenti, fissando i relativi termini». Ritornando a quanto previsto dall’art. 17-bis del d.lgs. n. 141/2010, il co. 8-bis della disposizione recita che «le previsioni di cui al presente articolo si applicano, altresì, ai prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale, come definiti nell’articolo 1, comma 2, lettere ff) e ff-bis), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, e successive modificazioni tenuti, in forza della presente disposizione, all’iscrizione in una sezione speciale del registro di cui al comma 1».

Questo significa che l’Amministrazione finanziaria italiana ha effettivo potere di controllo su coloro che, persone fisiche o giuridiche, esercitano attività di cambiavalute in Italia. Soggetti come Kraken – Payward Inc., Binance e altre piattaforme di exchange o soggetti che prestano servizi di portafoglio digitale, sono, secondo il dettato normativo, soggetti a precisi obblighi informativi nei confronti del Ministero delle finanze e a sanzioni in caso di loro mancato rispetto.

Il successivo comma 8-ter prevede, altresì, che «la comunicazione costituisce condizione essenziale per l’esercizio legale dell’attività da parte dei suddetti prestatori».

Se la normativa si esaurisse qui, tutto quanto detto nei paragrafi precedenti sarebbe contradditorio e da non tenere in considerazione. Bisogna, infatti, tenere conto del fatto che l’art. 17-bis, co. 2, restringe il campo di applicazione dell’obbligo di iscrizione nel registro tenuto dall’Organismo appositamente istituito, prevedendo che questo ricada, per le persone fisiche, su coloro che sono domiciliati nel territorio della Repubblica italiana, mentre per le persone diverse dalle fisiche su coloro che hanno «sede legale e amministrativa o, per i soggetti comunitari, stabile organizzazione nel territorio della Repubblica».

In altre parole, basterà scegliere una piattaforma exchange che non abbia una stabile organizzazione sul territorio della Repubblica o affidarsi a un prestatore di servizi di portafoglio virtuale estero per sottrarsi alla disciplina antiriciclaggio. Va da sé che troverà, comunque, applicazione la disciplina appositamente dedicata nel paese in cui la piattaforma exchange o wallet ha la sua stabile organizzazione.

Come detto sopra, il riciclaggio di denaro tramite le criptovalute è possibile, ma non è semplice. La maniera più immediata per “ripulire” proventi illeciti è quella di scambiare il denaro contante attraverso un’operazione over the counter. In altre parole, occorre trovare qualcuno che sia disposto a cedere le proprie criptovalute in cambio del denaro contante di provenienza illecita. Ovviamente questa modalità non ripulisce veramente il denaro, ma sposta il problema in capo ad un altro soggetto. Altre modalità prevedono l’intervento diretto sulle transazioni blockchain. Attraverso l’uso di dApps come Tornado cash o Bitcoin mixing è possibile far perdere le tracce delle transazioni. Si può pensare, ad esempio, che i proventi di attività illecite non siano in contanti ma in criptovalute. Poniamo il caso in cui un ricco e spregiudicato uomo d’affari voglia acquistare un’opera d’arte trafugata di valore di milioni di euro con un trasferimento di criptovalute.

Tralasciando le modalità attraverso cui l’acquisto originario delle criptovalute possa essere avvenuto, l’uomo d’affari, a fronte della consegna dell’opera d’arte, trasferisce quanto dovuto in criptovalute al ladro di opere d’arte. Quest’ultimo, però, non vuole essere riconnesso al ricettatore e sfrutta una delle dApps viste sopra per far perdere le proprie tracce. In particolare, la somma da versare viene depositata dall’uomo d’affari su uno smart contract. Viene poi generata una nota che permette di ritirare i fondi su un address diverso, senza alcun collegamento con la transazione originale.

________________________________________________________________________________________________

Casisitica

La casistica internazionale in tema di riciclaggio di denaro conta diversi episodi che, fortunatamente, non hanno avuto buon esito. Nel 2018, il Procuratore generale degli Stati Uniti ha citato in giudizio due cittadini cinesi con l’accusa di aver riciclato criptovalute per un valore di oltre 100 milioni di dollari. Le criptovalute era state ricavate da un attacco hacker rivolto verso una piattaforma exchange di criptovalute. Dalle ricerche effettuate dall’F.b.i., il furto di criptovalute era stato effettuato dal territorio statunitense su commissione di attori della Nord Corea, con il probabile intento di finanziare un programma di riarmo nucleare. Ancora, nel 2019, il presidente di Crypto Capital, Ivan Manuel Molina Lee, è stato arrestato dalle autorità polacche con l’accusa di aver preso parte ad un cartello internazionale di droga e, in particolare, coinvolto nel riciclaggio dei proventi illeciti utilizzando l’exchange Bitfinex. Ivan Lee, per la realizzazione dell’operazione, avrebbe addirittura costituito un sistema bancario ombra dal quale venivano fatti transitare tutti i proventi derivanti dalla vendita di stupefacenti. In Italia il riciclaggio di denaro è prevalentemente legato al traffico di stupefacenti. Nell’ambito dell’operazione Darknet, conclusa il 13 dicembre 2018, la Polizia di Stato di Trento ha tratto in arresto cinque persone per traffico di stupefacenti provenienti dalla Spagna, acquistati su un sito web mediante ricariche poste-pay, convertite, poi, in bitcoin.

Nell’ambito dell’operazione European ‘Ndrangheta Connection del 2018 è, infine, emersa la diversificazione degli strumenti di pagamento utilizzati per i carichi di droga. I calabresi ‘ndranghetisti, si è visto, intendevano pagare con bitcoin i loro referenti sudamericani e, in particolare, brasiliani. Operazione non riuscita a causa dell’inesperienza dei sudamericani e, dunque, dalla loro incapacità di gestire tali strumenti di pagamento.

________________________________________________________________________________________________

Da quanto visto sopra e dalla casistica riportata si può osservare come le criptovalute siano solo un mezzo per il successivo riciclaggio del denaro di provenienza illecita. Non si ricicla in bitcoin o con le criptovalute, ma le c.d. lavanderie sono sempre attività commerciali finanziate attraverso le criptovalute le quali permettono di far perdere le tracce illecite del denaro. Operazioni non senza rischi e nella maggior parte dei casi smascherabili.

  1. Conversione delle mie criptovalute in asset stabili (stablecoins) e pagamenti: elusione fiscale?

La traduzione di stablecoin è “moneta stabile”.

La loro caratteristica principale, infatti, consiste nella stabilità del loro valore, che vale a differenziarla dalle criptovalute classiche fortemente volatili.

La stabilità deriva dall’ancoraggio del valore ad un altro mezzo di scambio stabile o considerato maggiormente attendibile (ad esempio un’altra valuta o una commodity).

Il termine “ancoraggio” appena impiegato non è casuale. Gli stablecoins sono anche definiti pegged o fiat pegged token, cioè “ancorati”, definizione derivante dal c.d. currency peg, con cui si indica il tasso di cambio fisso ancorato che le banche centrali usano per stabilizzare la valuta di un paese.

Sono, in altre parole, rappresentazioni digitali di una moneta fiat, nazionale o internazionale, o rappresentazioni digitali del valore di una commodity (ad es. l’oro).

L’ancoraggio può essere realizzato in due modi:

1) off-chain e, dunque, al di fuori del circuito degli stablecoin, ma con l’intervento di autorità finanziarie regolamentate. Questa modalità è, però, anti-blockchain tradendone l’architettura decentralizzata.

2) legando il valore dello stablecoin a una valuta fiat, dunque a una moneta come l’euro o il dollaro o, ancora, a una commodity come l’oro. Il rapporto, in questo caso, sarà di 1:1.

________________________________________________________________________________________________

Con gli stablecoins si ritorna al sistema monetario c.d. goldstandard che ha regolato le relazioni economiche internazionali dal 1870 alla I guerra mondiale. Questo sistema prevedeva lo stoccaggio di una certa quantità di oro per ogni moneta emessa secondo un valore stabilito in modo indipendente da ogni paese. Vi era, pertanto, un legame di proporzionalità tra la quantità di monete in circolazione e il quantitativo di oro posseduto dalla banca centrale. Questo sistema garantiva la stabilità economica dei paesi e tra i paesi. Il goldstandard determinava, poi, un sistema di tassi di cambio tra valute praticamente fissi. Le loro oscillazioni erano contenute tra i c.d. punti dell’oro o punti metallici.

Ad oggi gli stablecoins più diffusi sono:

1) Tether: nato nel 2015 è quello attualmente più diffuso. Tether converte il denaro cash in una moneta digitale e ancora il suo valore al prezzo di valute nazionali come il dollaro, l’euro o lo yuan cinese. Ogni token ha alla sua base una riserva che include valute tradizionali e altri asset o ricavi di prestiti che Tether effettua a terze parti. Ad ogni modo ogni tether è ancorato al valore del dollaro secondo il rapporto 1:1.

2) True USD: nato nel 2018 è il secondo stablecoin più negoziato al mondo. Utilizza un token c.d. erc 20 (dove erc sta per Ethereum Request Comment). Può essere conservato in qualunque wallet lo possa supportare e utilizza degli smart contract che certificano, mediante autorità terze, la parità tra riserve detenute e token emessi.

________________________________________________________________________________________________

Tornando all’interrogativo sulla possibilità di utilizzare stablecoin come mezzo di pagamento, si ritiene che non vi siano ostacoli. La stessa Banca d’Italia si è espressa in modo favorevole a questo genere di pagamenti, purché, beninteso, le parti siano d’accordo (si ricorda la definizione di criptovaluta come “moneta contrattuale”).

In Italia, tuttavia, si pone il problema della tassazione delle prestazioni pagate mediante stablecoins.

Se, infatti, avviene un trasferimento da wallet a wallet, queste rimarranno un’asset assimilato agli investimenti finanziari esteri.

Si ritorna al discorso iniziale: si verifica anche qui un fenomeno di elusione fiscale?

La risposta è negativa.

Partendo dal presupposto che per ogni bene o servizio per i quali venga corrisposta una somma dovrà essere emessa la relativa fattura, laddove le parti abbiano concordato di utilizzare criptovalute per definire i loro rapporti economici, chi riceve il pagamento dovrà pagare le relative imposte sul valore corrisposto.

Il pagamento mediante stablecoins è, pertanto, perfettamente assimilabile ad un pagamento in contanti o in moneta elettronica.

Si ritiene, inoltre, che, a differenza delle altre criptovalute, nel caso delle stablecoins non saranno nemmeno dovute imposte sulle eventuali plusvalenze essendo caratterizzate da stabilità. Questo sempre che la plusvalenza, si ritiene, non si registri all’atto del “riscatto” o conversione da stablecoin a valuta corrente.

Se, infatti, questa è legata al dollaro, che nel tempo si è rafforzato rispetto alla valuta di conversione, occorrerà verificare se nel cambio non ci siano le condizioni per il pagamento dell’imposta sostitutiva.

  1. In conclusione.

Come si è avuto modo di vedere, le criticità legate alle discipline attualmente applicate alle criptovalute sono numerose e notevoli.

Queste derivano in parte dai vuoti normativi e dall’insufficiente attenzione nei confronti di questo nuovo strumento di pagamento, in parte dalla struttura stessa delle criptovalute di carattere transnazionale.

Abbiamo visto che un uso pur legittimo delle criptovalute apre alla possibilità di eludere le norme fiscali e, dunque, l’imposizione oppure di riciclare i proventi di attività criminali.

Si è anche visto, però, che l’uso delle criptovalute di per sé non rappresenta un’attività dannosa per l’erario. Le criptovalute, come qualsiasi mezzo di pagamento o commodity, rappresenta il mezzo e non il fine dell’elusione o del riciclaggio; per quest’ultimo, ad esempio, le criptovalute non sono le classiche c.d. “lavanderie”, ma sono il mezzo che agevola, semmai, il classico riciclaggio, secondo i meccanismi visti sopra.

I mezzi di controllo da parte dell’Amministrazione finanziaria italiana ci sono, in quanto i fenomeni di elusione e riciclaggio sono ben più antichi delle criptovalute. La difficoltà risiede nell’applicazione a uno strumento innovativo dai caratteri transazionali.

Ecco perché, lo si ripete sempre, è necessaria una disciplina specifica per le criptovalute e non limitata ai soli confini nazionali, ma uniforme a livello internazionale.

Lo stesso legislatore europeo è consapevole del possibile uso distorto delle criptovalute. Basti pensare alla direttiva (UE) 2018/843 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 maggio 2018, la quale, al considerando n. 9, recita che «l’anonimato delle valute virtuali ne consente il potenziale uso improprio per scopi criminali. L’inclusione dei prestatori di servizi la cui attività consiste nella fornitura di servizi di cambio tra valute virtuali e valute reali e dei prestatori di servizi di portafoglio digitale non risolve completamente il problema dell’anonimato delle operazioni in valuta virtuale: infatti, poiché gli utenti possono effettuare operazioni anche senza ricorrere a tali prestatori, gran parte dell’ambiente delle valute virtuali rimarrà caratterizzato dall’anonimato. Per contrastare i rischi legati all’anonimato, le unità nazionali di informazione finanziaria (FIU) dovrebbero poter ottenere informazioni che consentano loro di associare gli indirizzi della valuta virtuale all’identità del proprietario di tale valuta. Occorre inoltre esaminare ulteriormente la possibilità di consentire agli utenti di presentare, su base volontaria, un’autodichiarazione alle autorità designate».

Nell’ottica del controllo della circolazione di criptovalute e della lotta all’anonimato nel loro uso, è opportuno menzionare il programma europeo “Eu-OF2CEN” (European Union Online Fraud Cyber Center Expert Network), di ideazione della Polizia di Stato italiana. Questa costituisce una piattaforma che permette la raccolta in tempo reale delle segnalazioni inviate dalle banche o dalle forze di polizia aderenti sulle operazioni finanziarie sospette, attraverso canali di comunicazione sicuri. Rappresenta, pertanto, una collaborazione di intelligence che mette a disposizione degli operatori del sistema un supporto investigativo immediato ed efficiente, permettendo il decremento delle perdite finanziarie legate ad episodi delittuosi.

L’obbiettivo è quello di mettere in campo efficaci azioni di prevenzione o contenimento di episodi di frode o riciclaggio, mediante la condivisione di informazioni bancarie in un’ottica di circolarità di notizie di carattere economico finanziario.

Si percepisce che il mercato delle criptovalute è ancora fortemente sconosciuto e “libero” da controlli e discipline stringenti.

Fin quando ci saranno vuoti normativi e ignoranza sulla tecnologia, gli esperti del settore potranno muoversi indisturbati.

 

Per approfondire:

  1. Guida alla dichiarazione delle criptovalute: https://theledger.it/guide/guida-alla-dichiarazione-delle-criptovalute/
  2. Il trattamento fiscale delle criptovalute in Italia: https://theledger.it/news/regolamentazioni/il-trattamento-fiscale-delle-criptovalute-in-italia/
  3. Riciclaggio con bitcoin e altre criptovalute: come funziona e i mezzi di contrasto | Agenda Digitale
  4. Atti Parlamentari (camera.it)
  5. Criptovalute e norme anti-riciclaggio, ecco i limiti d’uso | Agenda Digitale
  6. Bitcoin e fisco: il rapporto decisivo per fare chiarezza – MilanoFinanza.it
  7. Le criptovalute (consob.it)
  8. Come lo Stato controlla i conti corrente? (laleggepertutti.it)
  9. Two Chinese Nationals Charged with Laundering Over $100 Million in Cryptocurrency From Exchange Hack | OPA | Department of Justice
  10. Tornado Cash e la privacy di Ethereum – The Cryptonomist
Scritto da
Contributore
Avv. Luca Amorelli, laureato in giurisprudenza presso l’Università L.U.I.S.S. “Guido Carli” di Roma nel 2015. La sua formazione e competenza professionale è rivolta alle tematiche concernenti le obbligazioni, i contratti, i beni pubblici e privati, il funzionamento dei servizi pubblici e, più in generale, le posizioni soggettive dei cittadini utenti. Con un'attenzione sempre crescente per il mondo della Blockchain e degli Smart contracts, nel 2020 ha completato presso l'Università L.U.I.S.S. il Master di II livello in diritto della concorrenza e dell'innovazione. Nel settore delle nuove tecnologie l'Avv. Amorelli è specializzato nel diritto applicato o applicabile alla Blockchain e agli Smart contracts. Si occupa, inoltre, dei profili giuridici, fiscali ed economici legati all'uso e alla conservazione di criptovalute.
Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Condividi l'articolo

Articoli correlati
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x