Cosa sappiamo realmente sul consumo energia dei Bitcoin?

Il consumo energia dei Bitcoin è una delle questioni apparentemente più scottanti di cui, da un po' di tempo, si sta cominciando a discutere.

photo 1550565227 a6144af19c78
Tempo di lettura: 4 minuti
  • Le potenze di calcolo necessarie a creare i Bitcoin sono eseguibili solo da computer particolarmente potenti e che consumano molta energia
  • A livello globale le stime di consumo sono di 153.000 TWh
  • Il consumo energetico imputabile ai Bitcoin sembrerebbe minimo, nel contesto globale
  • La vera questione quindi rimane questa: da dove proviene il consumo energia dei Bitcoin?

consumo energia dei Bitcoin

Nell’ultimo periodo sono sorte parecchie discussioni che riguardano il consumo energia dei Bitcoin necessario per creare nuove unità di questa criptomoneta. Secondo Attivissimo, le potenze di calcolo necessarie a creare i Bitcoin sono eseguibili solo da computer particolarmente potenti e che consumano molta energia. Il blog punta il dito sul fatto che questa energia viene prodotta mediante fonti non rinnovabili. Effettivamente il consumo odierno di Bitcoin è di ~130 TWh. Ma, avendo in mano questo dato sarà necessario andare ad inserirlo all’interno del consumo globale di energia, per comprendere qual è la fetta occupata realmente dai Bitcoin.

Secondo Wikipedia, a livello globale le stime di consumo sono di 153.000 TWh.

Pare chiaro che, contestualizzando i dati del momento, il consumo energetico imputabile ai Bitcoin sembrerebbe minimo se consideriamo che 9 milioni di svizzeri (prendendo i dati dei soli consumi dell’aria condizionata) consumano il 10% dell’energia elettrica globale, mentre i fruitori di Bitcoin rappresentati da ben 100 milioni di persone e consumano solo lo 0,085%.

Consumo energia dei Bitcoin: la questione più importante è la provenienza

Sembra davvero un allarme sproporzionato e privo di fondamento ed ecco perché, ridimensionato il problema della quantità dei consumi, dopo aver fatto i dovuti paragoni, è possibile passare in rassegna un secondo problema: la provenienza dell’energia che viene utilizzata. 

In questo caso bisogna tenere in conto il rapporto che c’è tra la percentuale di combustibili fossili utilizzati e la percentuale di energia tratta da fonti rinnovabili.

I Bitcoin sono creati utilizzando un 66% di energia fossile e un 33% di energia rinnovabile.

Quindi, per due terzi si tratta di utilizzare energia elettrica non pulita.

Ma qual è il trend rispetto alla situazione globale? In base a OWID, nel 2019, al mondo è stata utilizzata una percentuale dell’11% di energia che può essere definita rinnovabile. 

Questi due dati messi a confronto non possono anche far notare che a livello statistico i Bitcoin utilizzano molta più energia rinnovabile di quella che mediamente viene utilizzata nel mondo in tutti settori.

Se vogliamo affidarci ai dati non possiamo che dedurre che l’89% di energia utilizzata a livello globale deriva ancora, purtroppo, da combustibili fossili. Eppure Bitcoin (alla luce dell’alta percentuale di energia rinnovabile di cui si nutre) ne è corresponsabile solo per lo 0,062%. 

Ma quante sono realmente le transazioni che muove i Bitcoin ogni secondo? 

I pareri a riguardo sono contrastanti. Anche perché in questo caso si passa a passare della blockchain ovvero quella catena di blocchi in grado di gestire il registro di dati e informazioni e dunque anche le transazioni Bitcoin. Effettivamente si parla di transazioni che fioccano 24 ore al giorno sulle varie piattaforme, ma la verità è che coloro che detengono dei Bitcoin non accedono direttamente alla blockchain ma la maggior parte di loro si affida ad intermediari. 

Non è possibile fare un calcolo delle transazioni mosse dal Bitcoin facendo un calcolo che non tiene conto di questi dati, ma anzi si può dire che è proprio impossibile stabilire un numero preciso di transazioni dal momento che esistono delle piattaforme che preservano la privacy e dunque le stime sono davvero campate in aria. Oltretutto ogni transazione Bitcoin è soggetta al protocollo Proof of Work e ciò significa che la catena di transazioni che ne deriva non può essere monitorata con precisione.  

La blockchain e deve rimanere centralizzata proprio in virtù del fatto che le persone riescono a verificare la correttezza di queste transazioni, perciò la sua dimensione deve necessariamente essere scarsa.

Questo al fine di aumentare i livelli di delocalizzazione e prendendo atto del fatto che l’elemento di connessione rimane il libro mastro digitale, ovvero il registro contabile elettronico che contiene tutti i movimenti di compensazione.

Per approfondire:

Bibliografia:

Scritto da
Contributore
Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Condividi l'articolo

Articoli correlati
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x