Cosa sono le criptovalute? Ce lo dice la Corte Distrettuale degli U.S.A. in 2 mosse

«Money, it's a gas», cantavano i Pink Floyd. Chi lo sa se, quando pronunciavano quella parola, pensavano già ai vari significati che avrebbe assunto nel tempo. Non solo moneta frusciante o strisciante, ma anche moneta digitale e criptata. Si possono ricomprendere nel termine «money» anche le criptovalute? La Corte distrettuale degli U.S.A. ha risposto alla domanda in una recente sentenza.

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Tempo di lettura: 11 minuti
  • Che cosa sono le criptovalute? La Corte U.S.A. del distretto di Columbia ce lo dice in United States c. Harmon;
  • Larry Dean Harmon è accusato di essere contravvenuto alle norme previste dal M.T.A. tramite la sua piattaforma di scambio Helix;
  • La piattaforma era pensata per nascondere le transazioni e permettere l’acquisto di beni illeciti sul darkweb;
  • La Corte si sofferma sulla funzione del bitcoin e del trasferimento che avveniva con la piattaforma;
  • La Corte ritiene applicabili le norme previste dal M.T.A. anche al bitcoin e alle transazioni che avvengono tramite esso.

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1) Introduzione

Sono tanti gli interrogativi destati dalle criptovalute e uno tra questi è quello di che cosa siano effettivamente.

A parere di chi scrive e di dottrine e giurisprudenze mondiali, la natura delle criptovalute è fortemente cangiante: può essere considerata un mezzo di pagamento, ma, allo stesso tempo, un prodotto finanziario. Ciò che rileva è il momento “esecutivo” e non la criptovaluta in sè.

In altre parole, si riesce a categorizzare lo strumento in esame solo nel momento in cui questo trova applicazione in una fattispecie, che abbia una qualche rilevanza giuridica.

E’ quanto si trae anche dalla sentenza della Corte Distrettuale degli Stati Uniti d’America – District of Columbia – del 24 luglio 2020 – United States c. Harmon.

Grazie a questa controversia e alla pronuncia con cui si è conclusa, si è andati avanti nel definire la natura giuridica del bitcoin e delle criptovalute in generale.

La sentenza si inserisce, in realtà, in un solco giurisprudenziale ben più ampio e già tracciato, ma è comunque utile per riflettere su come le valute digitali debbano essere considerate e come potrebbero essere regolamentate.

2. Il caso

Il caso ha origine dall’attività svolta da Helix, piattaforma di scambio di criptovalute realizzata e gestita da Larry Dean Harmon.

Helix ha operato nel periodo compreso tra il 2014 e il 2017 come un c.d. “bitcoin tumbler“, che significa che i bitcoin degli utenti inviati ad Helix venivano “tumbled“, cioè “mescolati” e spogliati delle loro informazioni identificative «enabl[ing] customers . . . to send bitcoins to designated recipients in a manner which was designed to conceal and obfuscate the source or owner of the bitcoins».

In buona sostanza, Helix permetteva a chiunque volesse di acquistare oggetti, nascondendo la propria identità.

Cosa sono le criptovalute? Ce lo dice la Corte Distrettuale degli U.S.A Bitcoin

C’è di più.

Il servizio di Helix veniva pubblicizzato come un modo per occultare transazioni commerciali alle autorità di controllo. Queste avvenivano prevalentemente sulla più grande piattaforma di scambi del Darknet chiamata Alphabay. Agli utenti era offerta, in questo modo, la possibilità di acquistare una varietà i prodotti illegali come droghe, armi e altri beni di provenienza illecita.

Per tutto il periodo di funzionamento Helix ha contrattato approssimativamente 354.468 Bitcoin, per l’equivalente di ben 311.000.000,00 di dollari.

2.1 I capi di imputazione e l’istanza di archiviazione

L’attività posta in essere da Larry Harmon tra il 2014 e 2017 ha destato l’attenzione delle autorità americane, procurandogli la sottoposizione a processo penale. I reati a lui contestati erano:

1) favoreggiamento nel riciclaggio di denaro in violazione della normativa federale, come previsto e sanzionato dallo United States Code – U.S. Code, titolo 18, sezione 1956, rubricata “Laundering of monetary instruments“;

2) trasferimento di fondi senza apposita autorizzazione, contravvenendo allo United States Code – U.S. Code, titolo 18, sezione 1960, rubricata “Prohibition of unlicensed money transmitting businesses” e al Washington DC Money Transmitter Act – MTA – titolo 2. sezione 1023, che prevede sanzioni per chiunque violi le disposizioni in materia di money transmissions.

A parere di Larry Harmon e del suo team legale, invece, la contestazione dei reati mossa da controparte non aveva ragione di essere.

A seguito dell’incriminazione mossa nei suoi confronti dal Grand Jury federale del Distretto di Columbia, Harmon presenta un’istanza di archiviazione per il secondo capo di imputazione, sollevando due questioni.

I fatti contestati, a detta dell’imputato, non costituivano reato sia guardando alla natura del bitcoin (questo non potrebbe essere qualificato come “denaro” o «money», ai sensi di quanto previsto dal Washington DC Money Transmitter Act, sopra citato), sia guardando all’attività di scambio e trasferimento di criptovalute per mezzo della piattaforma digitale, che non rientrerebbe nella categoria dei money transmitting businesses previsti dallo United States Code.

La Corte, però, ha respinto l’istanza di archiviazione, ritenendo le disposizioni citate perfettamente applicabili al caso di specie.

Vediamo il ragionamento seguito dalla Corte.

2.2 Il rigetto dell’istanza di archiviazione

La Corte distrettuale degli U.S.A. ha respinto l’istanza di archiviazione del caso in merito alle accuse di cui al secondo capo di imputazione.

I profili su cui la Corte ritiene fondamentale soffermarsi per trarre le motivazioni del rigetto sono strettamente connessi tra di loro e riguardano, da un lato, il significato da attribuire alle espressioni «money» e «transmitting business», entrambe contenute nella normativa statale e federale, dall’altro lato, la qualificazione dell’attività di intermediazione e scambio di bitcoin.

2.2.1 Il primo profilo

Quanto al primo profilo, nel testo del Money Transmission Act non è contenuta alcuna definizione di «money». La Corte ha dovuto, pertanto, ricostruirla sulla base delle definizioni date al termine nel lessico quotidiano. Si legge, infatti nel testo della sentenza che  «Harmon I gave “judicial construction” to the term “money” using “traditional rules for statutory interpretation,” Bronstein, 849 F.3d at 1106, exhaustively showing “bitcoin” falls under the ordinary meaning of the word “money,” Harmon I, 474 F. Supp. 3d at 88-95. Indeed, “[m]oney, in common parlance, is a medium exchange,” a “token that can be traded for goods or services,” id. at 88 (citing Money, AM. HERITAGE DICTIONARY (4th ed. 2000), Money, OXFORD ENGLISH DICTIONARY (3d ed. 2002), and Money, MERRIAM-WEBSTER ONLINE, https://www.merriam-webster.com/dictionary/money)), or a “store of value,” id. at 88-89 (citing Money, OXFORD ENGLISH DICTIONARY (3d ed. 2002))».

Compendiando le definizioni usate nel lessico comune e riportate in autorevoli dizionari, «money» può essere definito come «medium of exchange, method of payment or store of value».

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L’utilizzo del significato attribuito comunemente al termine «money», in assenza di una sua specifica definizione, si fonda, afferma la Corte, su una serie di precedenti vincolanti da essa richiamati, nei quali si legge che «where a statute does not define a term, Courts first look to the word’s ordinary meaning».

Sulla base della definizione così data, i Giudici della Corte distrettuale concludono nel ritenere il bitcoin come un mezzo di scambio o medium of exchange.

In particolare, il bitcoin è ormai da considerare come un metodo di pagamento impiegato sempre più frequentemente per lo scambio di beni e di servizi, non soltanto da singoli utenti, ma anche da grosse aziende, società e, in alcuni casi, anche a livello pubblico.

La diffusione del bitcoin è, poi, segnata anche dal suo riconoscimento a livello istituzionale, soprattutto federale.

Ad esempio, già nel 2014, le linee guida emanate dall’I.R.S. – Internal Revenue Service -, l’ Agenzia federale deputata alla riscossione delle imposte, definivano il bitcoin come una valuta virtuale «that functions as a medium of exchange, a unit of account and/or a store of value». Praticamente la stessa definizione data dalla Corte. La definizione data è utile per l’I.R.S. che riconosce alla moneta virtuale un ambito di operatività

«like a real currency…but it does not have legal tender status in  the U.S. Cryptocurrency is a type of virtual currency that utilizes cryptography to validate and secure transactions that are digitally recorded on a distributed ledger, such as a blockchain» e specifica che «virtual currency is property for federal tax purposes».

La Corte riporta, poi, alcuni casi giurisprudenziali federali che riconoscono valore di “money” anche al bitcoin. In particolare, vengono citati i casi United States v. Faiella e United States v. Murgio, ove i Giudici hanno affermato che «Bitcoin clearly qualifies as “money” or “funds” under these plain meaning definitions. Bitcoin can be easily purchased in exchange for ordinary currency, acts as a denominator of value, and is used to conduct financial transactions».

Dopo aver analizzato il termine “money” e aver trovato la sua definizione, la Corte conclude con l’analisi logica e sintattica del testo del M.T.A. per dimostrare la piena compatibilità del significato del termine con gli intenti del legislatore.

Risulterà, pertanto, affermano i Giudici, pienamente applicabile al concetto di “money” contenuto nell’espressione “business money transmission“, che il n. 6, titolo  26, sezione 1001 del M.T.A. definisce così:

«Money transmission means the sale or issuance of payment instruments or engaging in the business of receiving money for transmission or transmitting money within the United States, or to locations abroad, by any and all means, including but not limited to payment instrument, wire, facsimile, or electronic transfer»

L’obiezione dell’imputato, secondo cui il bitcoin non può essere annoverato nella previsione dell’M.T.A. data l’assenza di una definizione di money e di bitcoin, pertanto, non ha ragione di esistere.

E’ noto, d’altra parte, che, nonostante la mancanza, altre società operanti nello stesso settore dell’exchange hanno chiesto e ottenuto le necessarie autorizzazioni federali prima di svolgere qualsiasi attività di business money transmission. Ciò che avrebbe potuto e dovuto fare anche l’imputato Harmon per la sua società Helix.

2.2.2 Il secondo profilo

Il secondo profilo, che secondo i Giudici della Corte distrettuale di Columbia deve essere analizzato, riguarda la natura dell’attività svolta dalla piattaforma gestita dall’imputato.

Come funzionava?

La piattaforma digitale Helix permetteva, dietro corresponsione di una quota, di trasferire somme di bitcoin in forma anonima. Nell’anonimato rimanevano sia il cedente che il cessionario.

Dell’attività di Helix ne abbiamo già parlato supra.

In sostanza ciò di cui si occupava la piattaforma consisteva nella ricezione e nel trasferimento di denaromoney – tra più parti.

La circostanza che le parti fossero identificabili soltanto per mezzo di un indirizzo internet e che il trasferimento avvenisse esclusivamente in modo virtuale, non incide in alcun modo, secondo la Corte, sull’attività di «money transmission» e, pertanto, non influisce sull’applicabilità della normativa al caso in esame.

Anche in questo caso la Corte ha rigettato le argomentazioni addotte dall’imputato. Questo affermava, infatti, che il fatto contestato per mezzo del secondo capo di imputazione non costituisse reato. Mentre il Grand Jury gli contestava il trasferimento di “moneta” corrente, ciò che concretamente era avvenuto tramite le operazioni della Helix era il trasferimento di bitcoin.

Sulla identità concettuale di money  e di bitcoin già ci si è soffermati e, già sotto questo aspetto, nessuna distinzione dovrebbe sussistere fra i due tipi di trasferimento.

La Helix, tuttavia, afferma Harmon, svolgeva un’attività di natura differente dal solo trasferimento di denaro. Mentre quest’ultimo avviene mediante i “classici” circuiti tracciati e controllati, il trasferimento di bitcoin avviene per mezzo della blockchain e, quindi, di circuiti decentralizzati e di registri distribuiti.

La Corte non viene, però, convinta.

Nonostante la piattaforma Helix proponesse un servizio di trasferimento garantendo il completo anonimato, sia per il cedente che per  il cessionario, osserva la Corte che, come per i pagamenti in moneta corrente, anche per i pagamenti in bitcoin era possibile l’identificazione dei soggetti partecipanti alla transazione. Come detto dallo stesso Harmon, la tecnologia alla base della piattaforma era quella blockchain. Questa fa sì che ciascuna transazione possa essere identificata e ricondotta a colui che l’ha effettuata, rimanendo permanentemente nei registri distribuiti e disponibile per tutti gli utenti. Anche questo tipo di trasferimenti, in buona sostanza, è tracciato.

La Corte conclude, anche in questo caso, per l’applicabilità della normativa relativa all’attività di trasferimento di fondi, così come prevista dal legislatore già per i trasferimenti di denaro corrente.

L’istanza di archiviazione viene, così, rigettata in questi termini:

«For the foregoing reasons, the defendant’s motion to dismiss parts of Count Two and Count Three of the Indictment because the criminal statutes he is charged with violating, namely, 18 U.S.C. §§ 1960(b)(1)(A) and (B) and D.C. Code §26-1023(c), are impermissibly void-for-vagueness as applied to him, is denied».

3. Conclusioni

La pronuncia, qui riportata, della Corte Distrettuale degli Stati Uniti d’America – District of Columbia – del 24 luglio 2020, assume un’importanza fondamentale nel panorama delle criptovalute, al fine del riconoscimento della loro parità con la moneta corrente.

Come visto, la Corte si è concentrata su due aspetti specifici nel cercare di definire il concetto di money: il suo significato “funzionale” (a cosa serve il denaro?) e come funzionasse concretamente la piattaforma Helix. Il punto centrale delle argomentazioni della Corte riguarda, infatti, la funzione della criptovaluta, il momento applicativo – esecutivo di questo strumento di pagamento.

Un tale ragionamento logico è l’unico che permette di definire con certezza e precisione la criptovaluta e le attività ad esso connesse. Si tratta, infatti, di strumenti che non si piegano a una definizione univoca, ma, avendo applicazioni differenziate e, appunto, funzioni differenti, non possono essere definiti a priori, ma solo nel loro momento applicativo.

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Per approfondire:

  1. United States v. Harmon: https://casetext.com/case/united-states-v-harmon-103
  2. United States v. Faiella: https://casetext.com/case/united-states-v-faiella?__cf_chl_jschl_tk__=pmd_V8aomdKvuI3Yj6J8N0Fzl9V0g96uM1gXQ7Y.qpTrLLo-1634637206-0-gqNtZGzNAlCjcnBszQo9
  3. https://www.irs.gov/businesses/small-businesses-self-employed/virtual-currencies
  4. https://code.dccouncil.us/us/dc/council/code/titles/26/chapters/10
  5. https://theledger.it/approfondimenti/profili-giuridici-della-tecnologia-blockchain-un-fenomeno-distribuito/

 

Scritto da
Contributore
Avv. Luca Amorelli, laureato in giurisprudenza presso l’Università L.U.I.S.S. “Guido Carli” di Roma nel 2015. La sua formazione e competenza professionale è rivolta alle tematiche concernenti le obbligazioni, i contratti, i beni pubblici e privati, il funzionamento dei servizi pubblici e, più in generale, le posizioni soggettive dei cittadini utenti. Con un'attenzione sempre crescente per il mondo della Blockchain e degli Smart contracts, nel 2020 ha completato presso l'Università L.U.I.S.S. il Master di II livello in diritto della concorrenza e dell'innovazione. Nel settore delle nuove tecnologie l'Avv. Amorelli è specializzato nel diritto applicato o applicabile alla Blockchain e agli Smart contracts. Si occupa, inoltre, dei profili giuridici, fiscali ed economici legati all'uso e alla conservazione di criptovalute.
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